lunedì 31 marzo 2014
sabato 25 gennaio 2014
Legge Basaglia e cliniche private
Di recente, a proposito della tragica vicenda di un mio amico (ne parlo qui), mi sono chiesto se cliniche e ricoveri privati non eludano lo spirito della legge Basaglia, riproponendo quelle istituzioni totali di cui ci si voleva sbarazzare, magari sostituendo all'indebolita autoritas della psichiatria, l'antica e inscalfibile potestas della famiglia.
E' un bel tema, fin troppo complicato. Potremmo accontentarci di chiedere fino a che punto l'operato di tali istituzioni private è in qualche modo sorvegliato dall'autorità pubblica.
Ma qui, qualcuno potrebbe sciorinarci l'elenco degli adempimenti burocratici che regolano i rapporti tra sanità regionale e privati, cercando di convincerci che lo scambio di documenti debitamente compilati possa sostituire l'ispezione, cioè la verifica della verità di quanto scritto sulla carta.
Quando pensiamo alla trasparenza, ci viene in mente più una cosa da vedere, che una da scrivere.
Una certa opacità è, però, da mettere in conto, essendo difficile l'equilibrio tra la privacy da tutelare in certe delicate situazioni e la pubblicità necessaria per vederci chiaro.
E' quindi pacifico che la pubblica opinione non debba saper tutto.
C'è, per esempio chi spergiura che, se si fossero rese pubbliche le cartelle cliniche di una ben nota clinica privata, l'innocentismo egemone di un'antica querelle giudiziaria, ne sarebbe uscito fortemente ridimensionato.
Forse è un bene che le cose siano andate così, ma in altri casi, la voglia di saperne un po' di più sembra legittima.
Qualcuno ricorderà che Alighiero Noschese, ricoverato in una struttura privata per depressione, aveva a sua disposizione un revolver con cui si fece saltare le cervella.
L'approccio terapeutico libertario di quella clinica avrebbe meritato un approfondimento e ai cittadini si sarebbe dovuto far sapere qualcosa.
Ma a quanto pare, esistono delle questioni al riparo dalla curiosità, talvolta davvero irrispettosa, della stampa.
A proposito, qualcuno sa dov'è Gianfranco Fini?
E' un bel tema, fin troppo complicato. Potremmo accontentarci di chiedere fino a che punto l'operato di tali istituzioni private è in qualche modo sorvegliato dall'autorità pubblica.
Ma qui, qualcuno potrebbe sciorinarci l'elenco degli adempimenti burocratici che regolano i rapporti tra sanità regionale e privati, cercando di convincerci che lo scambio di documenti debitamente compilati possa sostituire l'ispezione, cioè la verifica della verità di quanto scritto sulla carta.
Quando pensiamo alla trasparenza, ci viene in mente più una cosa da vedere, che una da scrivere.
Una certa opacità è, però, da mettere in conto, essendo difficile l'equilibrio tra la privacy da tutelare in certe delicate situazioni e la pubblicità necessaria per vederci chiaro.
E' quindi pacifico che la pubblica opinione non debba saper tutto.
C'è, per esempio chi spergiura che, se si fossero rese pubbliche le cartelle cliniche di una ben nota clinica privata, l'innocentismo egemone di un'antica querelle giudiziaria, ne sarebbe uscito fortemente ridimensionato.
Forse è un bene che le cose siano andate così, ma in altri casi, la voglia di saperne un po' di più sembra legittima.
Qualcuno ricorderà che Alighiero Noschese, ricoverato in una struttura privata per depressione, aveva a sua disposizione un revolver con cui si fece saltare le cervella.
L'approccio terapeutico libertario di quella clinica avrebbe meritato un approfondimento e ai cittadini si sarebbe dovuto far sapere qualcosa.
Ma a quanto pare, esistono delle questioni al riparo dalla curiosità, talvolta davvero irrispettosa, della stampa.
A proposito, qualcuno sa dov'è Gianfranco Fini?
mercoledì 8 gennaio 2014
la cura della follia
Hieronymus Bosch, La cura della follia.
Hieronymus Bosch, La nave dei folli.
William Hogarth, Saint Mary of Bethlehem.
William Hogarth, Manicomio.
Francisco Goya, Locos.
Hieronymus Bosch, La nave dei folli.
William Hogarth, Saint Mary of Bethlehem.
William Hogarth, Manicomio.
Francisco Goya, Casa de locos.
Francisco Goya, El patio de una casa de locos.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienata con monomania del gioco.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienato con monomania del comando militare.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienato con monomania del furto.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienata con monomania dell'invidia.
Chaïm Soutine, La folie.
Alberto Martini, Follia.
domenica 1 dicembre 2013
frammenti di vite in frantumi
Un settimanale di Novara ha pubblicato la storia di Gianni Belliardi, 58 anni, un ragioniere divenuto clochard in seguito alla crisi economica.
Naturalmente, come spesso accade per le notizie di stampa, le cose non stanno affatte così.
Il supposto Belliardi (noi crediamo che si chiami altrimenti) era figlio unico di madre vedova. Da ragazzo subì una seria operazione cardiaca e ciò acuì, nella madre, una già naturale predisposizione all'iperprotezione.
Sotto le ali della mamma chioccia, Gianni crebbe senza affrontare quelle esperienze, belle o brutte, che si chiamano, a giusta ragione, formative.
Per questa ragione, non lavorò mai, né prima, né dopo la crisi economica.
Alla morte della madre, che gli lasciò un appartamento e - molto probabilmente - una rendita, Gianni affrontò quella libertà a cui non era abituato, senza avere interiorizzato elementi normativi autonomi. Dall'assoluta eteronomia, passò a un'altrettanto completa anomia. E per prima cosa si cavò le scarpe.
Attualmente, Gianni dorme nel garage di casa, avendo - a suo dire - smarrito le chiavi dell'appartamento. Essendo affetto dalla sindrome di Diogene, è invece più probabile che i locali siano ormai ingombri dei rifiuti ammassati o che, a lungo andare, si siano deteriorati i rapporti con i vicini di casa, e preferisca evitarli.
La crisi economica non c'entra, dunque, un bel niente, qui si tratta di ben altra crisi.
La storia di Gianni è emblematica di un'area lasciata scoperta dall'attuazione della sacrosanta legge 180. Senza famiglia, Gianni è lasciato a se stesso e alle sue diminuite capacità di affrontare le situazioni esistenziali.
Bisogna vedere fino a che punto ciò sia un male, dopotutto Gianni vive la vita che vuol vivere e il fastidio che dà agli altri, ammesso che ci sia, è minimo e assimilabile a quelli che può dare un normale vicino di casa.
Anche la considerazione del fatto che esposizione al freddo e omissione d'igiene siano fattori di rischio, non sposta la sostanza del problema, Gianni rischia come rischiano i fumatori, gli automobilisti imprudenti e i consumatori di lipidi, tutte categorie (per ora) non marchiate dallo stigma psichiatrico.
Molto peggio, secondo me, è andata al mio amico, e suo coetaneo, L. F.
Il mio amico L. F. soffre di disturbi della memoria a breve. Un disturbo fastidioso e avvilente che, per molto tempo, è stato conciliabile con standard di vita normali.
Ha poi avuto, probabilmente in seguito ad un assunzione di farmaci, della cui prescrizione non saprei dire, un episodio di delirio.
Per sua fortuna (o disgrazia?), L. una famiglia ce l'ha.
Detto fatto, nominato un amministratore di sostegno, L. è stato rinchiuso in una struttura che ospita, per lo più, anziani non autosufficienti.
Quasi subito, su sollecitazione della famiglia, la direzione sanitaria ha proibito le visite degli amici.
Per uno che soffre di disturbi della memoria, una terapia che lo isola completamente dal suo ambiente sociale appare, quanto meno, curiosa. Forse è una forma di omeopatia.
L. aveva degli amici avvocati, ma di quegli avvocati di paese che abbiamo qui, abituati a trattare le cause al caffè. Informati, avevano promesso sfracelli, ma poi si sono tirati subito indietro, facendo gesti vaghi, di persone ben informate che consigliano per il meglio.
Del tempo è passato e immagino che le condizioni di L. si siano ormai deteriorate e che la diagnosi, qualsiasi sia stata, si sia rivelata una profezia che andava comunque avverata.
Quando penso al mio amico, non so perché, mi viene in mente che se Penelope fosse stata nominata amministratore di sostegno, le Colonne d'Ercole sarebbero rimaste inviolate.
lunedì 9 settembre 2013
giovedì 29 agosto 2013
art brut
-
Jeanne Tripier (1869 1944)
Fille d’un marchand de vin, Jeanne Tripier passe son enfance chez sa grand-mère à la campagne. Par la suite, elle vit à Montmartre, avec son fils Gustav, dont le père est américain. Elle travaille comme vendeuse. A l’âge de cinquante-huit ans, elle se passionne pour le spiritisme. Elle est internée en 1934 pour "psychose chronique, logorrhée et mégalomanie". “Médium de première nécessité, justicière planétaire et réincarnation de Jeanne d’Arc”, elle développe, pendant les dix années de son hospitalisation, une vision du monde qu’elle transcrira, mêlées aux souvenirs de sa vie quotidienne, dans sesMessages relatant ses voyages interplanétaires, ou ses Missions sur Terre. Elle réalise des dessins à l’encre, qu’elle mélange avec de la teinture pour les cheveux, du vernis à ongles ou des médicaments. Accompagnés de textes, ces dessins deviennent des sortes de cartographie de la voyance. Mais l’œuvre de Jeanne Tripier la plus saisissante est constituée de broderies. Femme au foyer pendant la première partie de sa vie, l’aiguille devient pour elle une arme redoutable le jour où son “corps fluidique astral” l’emporte définitivement sur son “corps fluide charnel”, le jour où elle "décide" une migration mentale et devient ainsi la main de Jeanne d’Arc, de Joséphine de Beauharnais et de tout un défilé de personnages extravagants. Les messages émanant de toutes ses personnalités défilent et se mêlent les uns aux autres, créent le fil discontinu d’une “litanie de l’absurde”, lancent des imprécations, déclenchent des guerres, parlent au moyen de codes secrets qu’elle baptise “langage sphérique”. En s’offrant aux esprits qui guident son aiguille, Jeanne Tripier nie sa propre identité, laisse venir des formes dénuées de toute représentation convenue. Protégée par l’anonymat, elle s’affranchit de la conformité, de la banalité et, en utilisant l’outil de sa domination comme arme symbolique, elle devient une grande artiste.
martedì 13 agosto 2013
Iscriviti a:
Post (Atom)




















.jpg)
