venerdì 10 ottobre 2014
domenica 5 ottobre 2014
domenica 20 aprile 2014
requiem per un boxeur di strada
nihil humani ad me alienum puto
Molti lo ricorderanno come lo schiaffeggiatore, per il vizio che lo colse brevemente, verso la mezza età di schiaffeggiare donne che, a suo dire, lo guardavano male.
Tale attività, che gli frutterà, giudicato sano di mente, qualche ulteriore anno di prigione, segnava, con la scelta di tanto deboli partner, l'inizio del viale del tramonto e confermava, a dispetto della perizia, oltre che evidenti e irrisolti problemi nei rapporti con l'altro sesso, un disturbo psichico, che gli sarà riconosciuto solo a pena scontata, .
Nasce nel 1946, figlio naturale di Norge, una combattiva mondina, divenuta operaia, originaria di Reggio Emilia. Vive alla Bicocca, nelle case popolari di via Cavigioli, che accolgono gli sfollati della bidonville della Piazza d'Armi. A scuola non va bene e viene messo subito sotto osservazione da Marcella Balconi, ci sono problemi nella sfera affettiva.
Dopo le elementari è apprendista nell'officina di un fabbro ferraio. Ancora piccolo e piuttosto mingherlino, è lo zimbello dei suoi colleghi più grandicelli.
L'officina lo forgia fisicamente, ma è poco formativa sul lato del carattere, o forse peggiora le cose. A metà degli anni 60, ormai uomo, Marco ha un fisico poderoso, ma è violento, permaloso e attaccabrighe.
Approdo naturale, per lui, l'Angolo delle Ore, dove si radunano i ragazzi difficili della città, usciti dal Ferrante Aporti, o in procinto d'entrarvi, tutta gente che, come lui, ha difficoltà ad adattarsi socialmente in una città pettegola, bigotta e ipocrita.
Ma ci resta ben poco, Il 26 giugno 1969 è una calda sera di prima estate che invita alla trasgressione. Con Tino Varisco, dopo un micidiale mix di alcol e amfetamine, aggredisce, con pretestuosi motivi, la ronda dell'aeronautica.
E' l'inizio di quella che sarà definita la seconda (o terza) battaglia di Novara, questa volta tra militari e cappelloni.
Ma loro non se la godono, rubata una 500, si dirigono verso la Riviera. Lungo il tragitto, rapinano un benzinaio, poi, esausti, si fermano poco più avanti, in una piazzola, dove li sorprende, profondamente addormentati, la polizia.
Le imputazioni sono pesanti, ma siamo in Italia, ci vorrebbe altro. Senonché, il brutto carattere di Marco non inclina alla buona condotta e così colleziona una serie di reati durante la detenzione, compresi quelli per la rivolta di Trani, dove lo conciano per bene.
Dieci anni volano e ritorna in città solo alla fine degli anni 70.
Con quel fardello di galera sul gobbo, Marco sa che può ambire al rispetto del milieu, ma comincia male. Convinto che quella sia la strada per ritagliarsi un ruolo di preminenza, dedica i primi tempi della ritrovata libertà a sfidare i guappi, ormai un po' imbolsiti, dei tempi della sua breve gioventù, e volano fior di cazzotti.
Evidentemente, dietro le sbarre, il tempo si è fermato e Marco è rimasto quello che era, un teppista, mentre i suoi amici si sono evoluti. Qualcuno è già morto, altri si sono redenti, altri ancora sono emigrati all'estero, ma quelli che hanno continuato il difficile mestiere, adesso sono dei malavitosi seri, con concreti interessi da difendere e hanno ben altri deterrenti dei pugni.
Assolutamente incapace di reinserirsi nella vita sociale - la galera ha clamorosamente fallito il suo scopo - Marco si trova ai margini anche della malavita.
Non sa rubare, non spaccia droga e non ha l'umiltà e la disciplina per fare il gorilla di un boss.
In altri tempi, la sua collocazione ideale sarebbe stata lo sfruttamento della prostituzione, ma il settore, in quegli anni, è in crisi. In mancanza di puttane, cerca di sfruttare una sarta, più anziana di lui, con cui la mamma ha cercato di fidanzarlo. Ma l'amore per i sudati risparmi ha la meglio e la sarta, rinunciando agli ardori, lo caccia di casa.
Torna per un po' dalla mamma, in via Cavigioli e finché resta aperto il Ramlin, il buon Angelo gli passa qualcosa, come ufficioso buttafuori di se stesso
Ma è proprio lì, in via Ravizza, che Marco deve assaggiare un doloroso contrappasso, questa volta, ad essere invecchiato, è lui.
Renatino ha un passato da tossico e deve avere più di una ruggine con lui. Viene a cercarlo, e lo invita ad uscire, per una sfida in piena regola. E' armato di una pesante catena di ferro e, per non farsi disarmare, se l'è fatta saldare al polso.
Panciroli ha ancora un fisico possente, ma la gioventù e l'agilità di Renato hanno la meglio, per non parlare della catena. Gli torna in bocca l'amaro sapore di Trani.
Quando Norge, ormai anziana viene ricoverata al De Pagave, il Comune lo sfratta. Ma lui non si perde d'animo, riconsegnate le chiavi di casa, provvede a scassinare una finestra e ogni sera torna a coricarsi per quella via, contando sull'assoluta discrezione dei coinquilini.
E' in questa situazione, in cui è innegabile anche un evidente risvolto affettivo, che Marco, ormai sulla cinquantina, attraversa un nuovo periodo di agitazione, che culminerà negli episodi degli schiaffeggiamenti.
C'è anche, nel frattempo, un brevissimo - forse squallido - amore. Dura solo una notte.
Da qualche parte ha rimorchiato una tossicodipendente e attraverso la finestra l'ha portata nel suo quartierino. Ma la ragazza è davvero consunta e, alla mattina, se la ritrova cadavere.
E' davvero un bel guaio, perché il Comune provvede a murare porte e finestre dell'abitazione e lui si ritrova letteralmente per la strada. Anche Norge muore.
Si trasferisce sull'Allea e per molti mesi vive all'addiaccio. Sembra aver perso la sua determinazione, non mangia, dimagrisce e quando è ben ben debilitato, qualcuno ne approfitta per saldare vecchi conti.
Poi qualcuno si accorge di lui. Gli viene assegnato un alloggio e viene indirizzato alla mensa del Sacro Cuore. Lavora, per modo di dire, in una cooperativa sociale. riprende peso e. col peso, riprende anche, talvolta, i modi da guappo, ma ha dei definitivi da scontare e sparisce per un po'.
Quando torna è ormai un anziano, con la pensione ci vecchiaia, che integra chiedendo qualche spicciolo ai conoscenti. Il tono dell'estorsione è ormai dismesso, sostituito, sia pure molto dignitosamente, da quello dell'elemosina.
Non aveva amici, giacché nessuno lo ha conosciuto abbastanza per intravedere sotto la scorza la sua umanità. Né lui fece mai nulla per rivelarne una benché minima porzione, preferendo essere temuto che amato. Ma era un uomo e aveva certamente una sua umanità che mi dispiace di non aver cercato abbastanza. Requiescat.
lunedì 31 marzo 2014
sabato 25 gennaio 2014
Legge Basaglia e cliniche private
Di recente, a proposito della tragica vicenda di un mio amico (ne parlo qui), mi sono chiesto se cliniche e ricoveri privati non eludano lo spirito della legge Basaglia, riproponendo quelle istituzioni totali di cui ci si voleva sbarazzare, magari sostituendo all'indebolita autoritas della psichiatria, l'antica e inscalfibile potestas della famiglia.
E' un bel tema, fin troppo complicato. Potremmo accontentarci di chiedere fino a che punto l'operato di tali istituzioni private è in qualche modo sorvegliato dall'autorità pubblica.
Ma qui, qualcuno potrebbe sciorinarci l'elenco degli adempimenti burocratici che regolano i rapporti tra sanità regionale e privati, cercando di convincerci che lo scambio di documenti debitamente compilati possa sostituire l'ispezione, cioè la verifica della verità di quanto scritto sulla carta.
Quando pensiamo alla trasparenza, ci viene in mente più una cosa da vedere, che una da scrivere.
Una certa opacità è, però, da mettere in conto, essendo difficile l'equilibrio tra la privacy da tutelare in certe delicate situazioni e la pubblicità necessaria per vederci chiaro.
E' quindi pacifico che la pubblica opinione non debba saper tutto.
C'è, per esempio chi spergiura che, se si fossero rese pubbliche le cartelle cliniche di una ben nota clinica privata, l'innocentismo egemone di un'antica querelle giudiziaria, ne sarebbe uscito fortemente ridimensionato.
Forse è un bene che le cose siano andate così, ma in altri casi, la voglia di saperne un po' di più sembra legittima.
Qualcuno ricorderà che Alighiero Noschese, ricoverato in una struttura privata per depressione, aveva a sua disposizione un revolver con cui si fece saltare le cervella.
L'approccio terapeutico libertario di quella clinica avrebbe meritato un approfondimento e ai cittadini si sarebbe dovuto far sapere qualcosa.
Ma a quanto pare, esistono delle questioni al riparo dalla curiosità, talvolta davvero irrispettosa, della stampa.
A proposito, qualcuno sa dov'è Gianfranco Fini?
E' un bel tema, fin troppo complicato. Potremmo accontentarci di chiedere fino a che punto l'operato di tali istituzioni private è in qualche modo sorvegliato dall'autorità pubblica.
Ma qui, qualcuno potrebbe sciorinarci l'elenco degli adempimenti burocratici che regolano i rapporti tra sanità regionale e privati, cercando di convincerci che lo scambio di documenti debitamente compilati possa sostituire l'ispezione, cioè la verifica della verità di quanto scritto sulla carta.
Quando pensiamo alla trasparenza, ci viene in mente più una cosa da vedere, che una da scrivere.
Una certa opacità è, però, da mettere in conto, essendo difficile l'equilibrio tra la privacy da tutelare in certe delicate situazioni e la pubblicità necessaria per vederci chiaro.
E' quindi pacifico che la pubblica opinione non debba saper tutto.
C'è, per esempio chi spergiura che, se si fossero rese pubbliche le cartelle cliniche di una ben nota clinica privata, l'innocentismo egemone di un'antica querelle giudiziaria, ne sarebbe uscito fortemente ridimensionato.
Forse è un bene che le cose siano andate così, ma in altri casi, la voglia di saperne un po' di più sembra legittima.
Qualcuno ricorderà che Alighiero Noschese, ricoverato in una struttura privata per depressione, aveva a sua disposizione un revolver con cui si fece saltare le cervella.
L'approccio terapeutico libertario di quella clinica avrebbe meritato un approfondimento e ai cittadini si sarebbe dovuto far sapere qualcosa.
Ma a quanto pare, esistono delle questioni al riparo dalla curiosità, talvolta davvero irrispettosa, della stampa.
A proposito, qualcuno sa dov'è Gianfranco Fini?
mercoledì 8 gennaio 2014
la cura della follia
Hieronymus Bosch, La cura della follia.
Hieronymus Bosch, La nave dei folli.
William Hogarth, Saint Mary of Bethlehem.
William Hogarth, Manicomio.
Francisco Goya, Locos.
Hieronymus Bosch, La nave dei folli.
William Hogarth, Saint Mary of Bethlehem.
William Hogarth, Manicomio.
Francisco Goya, Casa de locos.
Francisco Goya, El patio de una casa de locos.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienata con monomania del gioco.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienato con monomania del comando militare.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienato con monomania del furto.
Jean-Louis-Théodore Géricault, Alienata con monomania dell'invidia.
Chaïm Soutine, La folie.
Alberto Martini, Follia.
domenica 1 dicembre 2013
frammenti di vite in frantumi
Un settimanale di Novara ha pubblicato la storia di Gianni Belliardi, 58 anni, un ragioniere divenuto clochard in seguito alla crisi economica.
Naturalmente, come spesso accade per le notizie di stampa, le cose non stanno affatte così.
Il supposto Belliardi (noi crediamo che si chiami altrimenti) era figlio unico di madre vedova. Da ragazzo subì una seria operazione cardiaca e ciò acuì, nella madre, una già naturale predisposizione all'iperprotezione.
Sotto le ali della mamma chioccia, Gianni crebbe senza affrontare quelle esperienze, belle o brutte, che si chiamano, a giusta ragione, formative.
Per questa ragione, non lavorò mai, né prima, né dopo la crisi economica.
Alla morte della madre, che gli lasciò un appartamento e - molto probabilmente - una rendita, Gianni affrontò quella libertà a cui non era abituato, senza avere interiorizzato elementi normativi autonomi. Dall'assoluta eteronomia, passò a un'altrettanto completa anomia. E per prima cosa si cavò le scarpe.
Attualmente, Gianni dorme nel garage di casa, avendo - a suo dire - smarrito le chiavi dell'appartamento. Essendo affetto dalla sindrome di Diogene, è invece più probabile che i locali siano ormai ingombri dei rifiuti ammassati o che, a lungo andare, si siano deteriorati i rapporti con i vicini di casa, e preferisca evitarli.
La crisi economica non c'entra, dunque, un bel niente, qui si tratta di ben altra crisi.
La storia di Gianni è emblematica di un'area lasciata scoperta dall'attuazione della sacrosanta legge 180. Senza famiglia, Gianni è lasciato a se stesso e alle sue diminuite capacità di affrontare le situazioni esistenziali.
Bisogna vedere fino a che punto ciò sia un male, dopotutto Gianni vive la vita che vuol vivere e il fastidio che dà agli altri, ammesso che ci sia, è minimo e assimilabile a quelli che può dare un normale vicino di casa.
Anche la considerazione del fatto che esposizione al freddo e omissione d'igiene siano fattori di rischio, non sposta la sostanza del problema, Gianni rischia come rischiano i fumatori, gli automobilisti imprudenti e i consumatori di lipidi, tutte categorie (per ora) non marchiate dallo stigma psichiatrico.
Molto peggio, secondo me, è andata al mio amico, e suo coetaneo, L. F.
Il mio amico L. F. soffre di disturbi della memoria a breve. Un disturbo fastidioso e avvilente che, per molto tempo, è stato conciliabile con standard di vita normali.
Ha poi avuto, probabilmente in seguito ad un assunzione di farmaci, della cui prescrizione non saprei dire, un episodio di delirio.
Per sua fortuna (o disgrazia?), L. una famiglia ce l'ha.
Detto fatto, nominato un amministratore di sostegno, L. è stato rinchiuso in una struttura che ospita, per lo più, anziani non autosufficienti.
Quasi subito, su sollecitazione della famiglia, la direzione sanitaria ha proibito le visite degli amici.
Per uno che soffre di disturbi della memoria, una terapia che lo isola completamente dal suo ambiente sociale appare, quanto meno, curiosa. Forse è una forma di omeopatia.
L. aveva degli amici avvocati, ma di quegli avvocati di paese che abbiamo qui, abituati a trattare le cause al caffè. Informati, avevano promesso sfracelli, ma poi si sono tirati subito indietro, facendo gesti vaghi, di persone ben informate che consigliano per il meglio.
Del tempo è passato e immagino che le condizioni di L. si siano ormai deteriorate e che la diagnosi, qualsiasi sia stata, si sia rivelata una profezia che andava comunque avverata.
Quando penso al mio amico, non so perché, mi viene in mente che se Penelope fosse stata nominata amministratore di sostegno, le Colonne d'Ercole sarebbero rimaste inviolate.
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